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PER USCIRE DALLA PALUDE
19-02-2012 - VII domenica del tempo ordinario - anno B
Viviamo il tempo dell’assurdo, del contradditorio, dell’irrazionale. Abbiamo l’impressione di camminare con scarpe nuove in una palude tossica. Basta vedere come trionfa la cultura individualistica, permissiva, secondo la quale ognuno fa quello che vuole, senza mai sentirsi in colpa. Il peccato non esiste più, è un "tabù" che appartiene al passato, è morto e sepolto.
Se il peccato è davvero morto e sepolto, dovremmo appartenere ad una società perfetta dove il male non esiste. La realtà invece è totalmente diversa. I crimini, i delitti, i furti, le ingiustizie, le violenze, gli imbrogli e le porcherie di ogni genere sono cronaca quotidiana. Se c’è questo cattivo odore di marcio, significa che la coscienza comune ed individuale è letteralente andata a male, è marcita. Prendere coscienza di questa situazione è un passo necessario, decisivo, se vogliamo uscire da questa situazione. Ognuno di noi, nel bene e nel male, ha sempre una parte di diretta responsabilità.
Non basta rendersi conto del cattivo odore che c’è. Bisogna ritrovare pulizia e questa si trova nella persona di Gesù che è venuto a "rifarci nuovi". Il miracolo che egli compie è la prova del suo essere Figlio di Dio e la ragione per la quale è venuto tra noi. L’infermità non è per l’uomo del vangelo di oggi, il dramma più grosso; il dramma più grosso è dato dai suoi peccati. E Gesù mette il dito su quelli prima di tutto. Poi interviene anche sulla sua malattia, ma interviene per convalidare la remissione dei peccati. Così vuole farci capire chi è il Dio di cui sta parlando in tutte le città e paesi. Non è il Dio della vendetta, ma il Dio della misericordia. Non è il Dio che si “lega al dito" le nostre malefatte, ma il Dio che cancella dalla memoria il nostro passato di male. Non è il Dio che ci cura con dei cerotti, ma il Dio che ci rifà nuovi. Non è il Dio che ci rinfaccia il passato, ma il Dio che ci fa nascere di nuovo coprendoci del suo profumo.
La liturgia oggi ci indica un cammino da compiere: riscoprire in noi la presenza del peccato e sentire il desiderio del perdono di Dio che passa attraverso le mani del sacerdote, chiamato e incaricato da Gesù a rivestirci dell’infinita misericordia di Dio Padre. Se non recuperiamo questa coscienza continueremo a camminare nella palude fino a sprofondarci dentro.
PER RITROVARE LUCENTEZZA
C'è da ritrovare il coraggio di guardarci allo specchio e fare la faccia rossa per i peccati che abbiamo racchiusi nel cuore. È tempo di liberarcene se vogliamo tornare a sorridere.
L'AMORE ALL'UOMO VIOLA LEGGI E "FURBIZIE" UMANE
12-02-2012 - VI domenica del tempo ordinario - anno B
Lebbroso: una qualifica che mette paura. La malattia è terribile e la legge sanitaria è della massima severità. Lebbroso: un condannato a vivere ai margini del mondo. Marco ce ne presenta uno che, malgrado tutto, ha conservato la sua dignità di uomo. Non si è rassegnato a vivere come un animale del bosco. Sfida la legge. Rompe la rete del "campo dei lebbrosi" e si avvicina alla strada dove sta passando Gesù. Anzi: lo avvicina e gli si inginocchia davanti. Non pretende. Implora la guarigione affidandosi totalmente alla volontà di Gesù. Se vuoi: è disposto anche ad accettare una risposta negativa. In Gesù c’è una commozione profonda e non ha alcuna incertezza. Viola la legge: allunga la mano e lo tocca. Non certo mettendosi i guanti o con la punta di un dito. Forse lo abbraccia e lo bacia. Quel "compatire" dice immedesimarsi con il lebbroso. La risposta è precisa: lo voglio. Sono parole che rifanno un uomo. La lebbra è scomparsa.
Parlare di lebbra oggi, tra noi, è parlare di un problema del terzo mondo. Ed è un problema vero e drammatico. Ma i lebbrosi cesseranno di esistere quando cominciamo a pensarli nostri vicini. Il loro problema ci tocca, infatti, come un problema "di casa". I lebbrosi esistono anche tra noi e li fabbrichiamo noi, con le nostre mani pulite e disinfettate. È gente alla quale diciamo "tu non sei come noi, non puoi vivere come noi, non puoi stare con noi". La loro lista è lunga come le litanie dei santi. Sono gli emarginati, gli anziani rimasti soli, coloro che sono abbandonati da tutti, i confinati nei cronicari pur avendo tre figli agiati, i barboni, coloro che sono pieni di difficoltà e che noi liquidiamo con un perentorio "arrangiati" e i malati di mente ai quali molti dovrebbero pensare e provvedere, ma che di fatto sono e restano dei girovaghi abbandonati.
Dobbiamo confessarlo: ci manca il coraggio di far nostre queste emarginazioni. Dobbiamo vincere la paura di restare infettati. L’episodio del vangelo di questa domenica è uno schiaffo alla nostra coscienza tranquilla. Francesco d’Assisi si comportò in maniera ben diversa.
Il nostro perbenismo, la nostra quiete, la nostra libertà, il nostro personale spazio tranquillo! E gli altri dove li mettiamo? L’unica cosa che siamo capaci di fare è imparare a "fare i furbi" per non infettarci.
Cristo non ci chiede "furbizia" ma dirittura morale e condivisione, coraggio e partecipazione.
REALIZZARE AMORE
La strada del cristiano è piastrellata da tanti piccoli gesti di amorosa carità. Non può essere diversamente.
QUANDO L'ENTUSIASMO È MONETA FUORI CORSO
05-02-2012 - V domenica del tempo ordinario - anno B
L’entusiasmo per la guarigione dell'"indemoniato", prende tutti. Simone, che insieme al fratello Andrea abita a Cafarnao, invita Gesù e anche Giacomo e Giovanni a casa sua. Vuole offrire loro un pranzo come si deve. La gioia di tutti è al massimo. Ma, entrato in casa, trova un contrattempo che mette in pericolo il progetto. C’è la suocera a letto con la febbre. Un bel pasticcio. Simone mostra il suo dispiacere a Gesù, non chiede nulla. Gesù si accosta all’ammalata, la prende per un braccio e la fa alzare. È guarita: si mette subito ai fornelli e in tempi rapidi prepara il pranzo. La notizia di questa seconda guarigione, avvenuta anch’essa di sabato, si diffonde e in città non si parla d’altro. Davanti alla porta di casa di Simone c’è accampata la carovana della sventura umana. Gli dicono che tutta la città lo attende. Gesù sa di non essere venuto a far miracoli ma ad annunciare il vangelo del Regno di Dio.
Certi entusiasmi interessati più al miracolo che alla fede, non sono di suo gradimento: li considera monete fuori corso. Vuole essere cercato non per le grazie che fa, ma per quello che è e per quello che dice. Non è venuto a fare il medico dei corpi, ma dello spirito. Non vuole nemmeno sfruttare il favore popolare che c’è in giro perché sa che è un favore epidermico, fondato solo sull’interesse. Più che uomini-baby, ghiotti di caramelle, cerca persone disposte a rinascere. Non vuole essere avvicinato come se fosse un super-babbo-natale. Ha da offrire qualcosa di più grande di una caramella, anche se questa si chiama guarigione da una malattia. Non vuole nemmeno essere ghetizzato da una città, come se il mondo finisse entro la cerchia delle sue mura. Le valvole del suo cuore hanno da spingere il sangue della salvezza per tutte le strade del mondo.
Certi accostamenti a Dio “per grazia ricevuta" non sempre sono chiari. Se sono segno di una fede che è accolta o di una fede ritrovata, ben vengano. La vera grazia è questa, in caso diverso restano dolciastre espressioni di una religiosità vestita di ateismo dalla quale è bene prendere le distanze. Pregare Dio "perché il nonno è ammalato" è cosa buona, ma può anche non esserlo se si dimentica di pregare "quando il nonno sta bene”.
Il bisogno di Dio deve nascere dalla fede o deve sfociare nella fede che cambia la vita. Gesù vuole uma fede che non chiede i miracoli ma che sfocia nel sia fatta la tua volontà.
È VENUTO PER TUTTI
Non sì lascia etichettare da nessuno e ha il volto di ogni uomo.
NO ALL'UOMO "OCCUPATO" DEL NOSTRO TEMPO
29-01-2012 - IV domenica del tempo ordinario - anno B
Parlare di indemoniati o di ossessi oggi può dare fastidio e mettere in difficoltà. E allora chiariamo subito il problema che, in Marco, torna abbastanza di frequente. L’uomo antico, ignaro di leggi scientifiche, attribuiva al mistero della soprannatura certi fenomeni che erano e sono propri della natura. Si pensi, tanto per fare un esempio, al fulmine interpretato come una freccia incendiaria scagliata da Dio per punire un colpevole. Cosi valeva anche per molti casi patologici dell’uomo. L’indemoniato di cui parla oggi il Vangelo di Marco può essere semplicemnete uno schizofrenico, un isterico, un epilettico o comunque un uomo non in pieno possesso delle sue facoltà psichiche. Oggi si potrebbe parlare in termini più precisi e più scientifici di un paranoico.
Gesù non fa una diagnosi medica dell’uomo, ma una lettura "teologica". Egli ha davanti un uomo che è lacerato "dentro", un uomo che "non è se stesso”: è un altro, anzi è il suo contrario. Esattamente come lo schiavo è l’opposto dell’uomo libero.
È un uomo "occupato”. Potrebbe essere un teledipendente, un uomo servile, un uomo di massa, un maniaco generico, un drogato. Gesù è venuto per rompere la rete metallica che chiude l’uomo in questa “possessione" e restituirgli la statura di uomo libero, libero di parlare e di tacere, di scegliere il posto da occupare nella vita da consapevole e responsabile. L’uomo è creato per stare in piedi, non può essere messo in ginocchio da nessuno, nemmeno da un santo, figuriamoci dal diavolo. L’unico davanti al quale può e deve inginocchiarsi è Dio. Ma è un inginocchiarsi che nasce dall’amore. Gesù inizia la sua "rivoluzione" da questa situazione. Con i quattro ex pescatori, ora suoi discepoli, Gesù è a Cafamao. Di sabato entra e parla nella sinagoga e subito la gente si accorge che Gesù è diverso dai loro rabbini perché parla con autorità e nasce in loro la meraviglia. Possiamo chiamare Gesù l’uomo che stupisce.
Il demonio invece è molto più acuto della gente; non è preso dallo stupore ma dalla rabbia e dall’odio. Egli sa che quel Gesù di Nazaret è venuto a sbancarlo dal suo trono. Il suo dominio assoluto sull’uomo è finito. Gesù davanti a lui non si piega. Nello scontro è Gesù che vince, ma non con la forza della dialettica. Gesù non discute con il demonio, gli impone addirittura di tacere e di andarsene. Cristo non scende a patti con lui.
Il pasticcio in cui l’uomo di oggi è impantanato è proprio questo: andare a braccetto con Dio e con il diavolo. Non c’è più distinzione: bene e male, onestà e disonestà, fedeltà e adulterio, purezza e lussuria, denaro pubblico e denaro sporco sono realtà così intrecciate da non essere più riconoscibili. L’arte del doppio gioco, della doppia morale, della doppia coscienza è pane quotidiano. Gesù non ha scelto di fare il saltinbanco, né l’opportunista, né il furbo di giornata. La sua è una parola che taglia come una spada: con lui o contro di lui. L’uomo deve scegliere: o schiavo o libero, o essere posseduto o possedersi, o essere persona o un burattino in potere del male.
Facendo un po’ i conti con la pagina del Vangelo di questa domenica ce n’è abbastanza per sentirci con le spalle al muro e costretti a fare delle scelte precise che abbiano il sapore di una libertà ritrovata. Anche a costo di apparire di un altro mondo. Infatti, siamo "nel mondo ma non del mondo".
NON IMBROGLIARE LE CARTE
Le truffe non ci piacciono, tanto meno i truffatori. Chiarezza e coerenza sono virtù che appartengono al cristiano.
DIO PARTE SEMPRE PER PRIMO
22-01-2012 - Terza domenica del tempo ordinario - anno B
In Israele la scelta del Maestro veniva fatta dai discepoli. Cristo è novità assoluta. È lui che chiama i discepoli. La fede non è conquista dell’uomo ma dono di Dio. Non è la volontà o l’intelligenza umana alla radice della conversione, ma la grazia di Dio. Il primo passo per realizzare la nuova alleanza non è dell’uomo: è di Dio. L’iniziativa è sua e soltanto sua. Chi pretende di invertire i ruoli non trova Dio ma soltanto se stesso. Si può sapere a memoria il vangelo e restare non credenti, come molti contemporanei di Gesù. Cristo non è l’uomo da ricerca di laboratorio, ma da accogliere lasciandogli facoltà di agire. La luce del sole fa vedere l’esteriorità delle cose e delle persone. Ma negli occhi di Gesù c’è una luce originale e non comune. C’è la luce del Padre: una luce penetrante, che sfonda ogni barriera, ogni tentativo di nascondimento. È quella luce che viene dal cuore di Gesù e che penetra in tutte le cellule dell’organismo umano e vede dentro ciascuno di noi.
Tutta la storia del cristianesimo consiste nell’essere contemplato da questa luce e dal lasciarsi illuminare ed affascinare. I pescatori Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni si sono sentiti conosciuti dentro. Conoscere, nel significato biblico, non è solo "vedere": è sentirsi amati, posseduti, coinvolti in un rapporto personale e nuziale. E loro si sono sentiti cambiati interiormente perché si sono lasciati travolgere da questa luce.
Hanno lasciato le reti, la barca, alcuni anche il padre, non per razionalità o per interesse. Che signifcato logico poteva avere per loro, che hanno sempre pescato pesci, quel vi farò pescatori di uomini? Nessuno. La proposta è totalmente assurda, che sfiora la follia. Eppure hanno accettato. L’utopia ha il suo fascino e per chi si lascia illuminare da essa c’è sempre un posto nella storia.
Se i nostri occhi, come quelli degli apostoli, riescono ad incontrare quelli di Cristo scatta la scintilla dell’amore, della fede, della vocazione, della donazione e in questo modo scopriamo di essere dei conosciuti e dei chiamati e non dei banali generici. E questo, per uno che non voglia essere semplicemente un ammasso di cellule, è tutto.
IL VANGELO SPEZZA LE FRONTIERE
Spesso preferiamo giocherellare con le reti e con la barca.
Cristo ci invita a seguirlo nella stessa sua avventura,
da perfetti innamorati.
